La casa delle signore buie. Il gotico siciliano di Pupi Avati mai approdato al cinema

Un gotico meridionale. Un racconto orrorifico ambientato nella Sicilia del ‘700 da travasare, un giorno, in un progetto per il cinema. Questo è “La casa delle signore buie”, a firma Pupi Avati e Roberto Gandus.L’amore tra il conte Morè Barreca e la giovane Assunta, come nella più tradizionale delle storie di idilli impossibili, è ostacolato dalla famiglia di lui che lo vorrebbe coniugato a Nunzia, primogenita del marchese Macola.

Un incipit che in un climax progrediente verso l’orrore ci conduce dentro pratiche occulte nerissime, escursioni infernali di sapore gotico che approdano dentro la stanza della “contemplazione della morte” dove, per l’appunto, si medita tanatologicamente sulla corruttibilità del corpo, ovvero si può assistere alla decomposizione dei corpi di suore e nobili donne malate o prossime alla morte. L’origine di questa visione Avatiana è raccontata dallo stesso regista che un giorno, nel corso di una permanenza a Ischia, ebbe modo di visitare l’antico convento delle monache Clarisse costruito all’interno della fortezza che costituisce il Castello Aragonese. In quel luogo di penombra, sopra degli enormi troni in pietra, venivano posti i cadaveri in attesa che si avviasse il processo di decomposizione. Un luogo di orrore e di contemplazione al medesimo tempo, in cui il buio e la luce sono espressioni di una dialettica eterna che rivela la caducità dell’esistenza.

L’amore tra i due giovani, il cui spunto è stato tratto dalle cronache dell’archivio delle indagini tribunalizie della città di Noto, la loro speranza in una salvezza, è simboleggiata, alla fine, soltanto da un aquilone che volteggia sopra un cielo finalmente sereno e puro.

“La casa delle signore buie” rivela una Sicilia luminosa e notturna, enigmatica e misterica, in cui la sopercheria del morire diventa grottesco rituale. Viene da pensare ad una sorta di germinazione legata ai percorsi misterici del gotico padano. Allo svelamento della parte oscura nascosta dalla luminosità dei paesaggi e dell’umanità che li popola, in un sublime contrasto esoterico tra luce e ombra, yin e yang, bene e male, tutte polarità opposte che si ritrovano in una perfetta sintesi alchemica. La stessa sintesi che ritroviamo ne “Il signor diavolo”, l’ultimo capitolo (per adesso) del viaggio di Avati nei territori dell’oltre. Un film che si potrebbe definire un “horror antropologico” e che sarebbe piaciuto a uno storico e studioso del magismo come Ernesto De Martino.

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