Silvana Saguto e il triste declino di una fiction antimafia

Giuseppe Caruso, già alla guida della prefettura di Palermo ed ex direttore dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, ora in pensione, tra il 2012 e il 2015 aveva denunciato le storture del modo in cui vengono amministrati quei beni. Fu criticato e addirittura accusato di delegittimare l’operato dei giudici delle misure di prevenzione perché aveva osato dire delle cose che, parliamoci chiaro, gli addetti ai lavori conoscevano già, ma di cui era probabilmente rischioso fare cenno, figuriamoci denunciare. Caruso non aveva esitato a tirare in ballo il re degli amministratori giudiziari, l’avvocato Cappellano Seminara, che in qualche caso era contemporaneamente amministratore giudiziario incaricato dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo e componente del consiglio di amministrazione di alcuni beni sequestrati a Cosa nostra. Controllore e controllato, nello stesso momento. E ovviamente, neanche a dirlo, percepiva due compensi per il suo doppio ruolo. E che compensi. “Per quarant’anni – disse Caruso – ho lavorato a fianco della magistratura e ho soltanto denunciato, e nelle sedi istituzionali, che certe gestioni di patrimoni confiscate ai mafiosi andavano riviste e che c’erano delle conflittualità e delle incompatibilità che non potevano essere ammesse”. L’esistenza di “criticità” era stata sollevata da Caruso sin dal 18 gennaio 2012 quando davanti alla Commissione Antimafia aveva detto: Altre criticità riguardano la gestione degli amministratori giudiziari, per come si è svolta fino ad ora […] l’amministratore giudiziario tende, almeno fino ad ora, a una gestione conservativa del bene. Dal momento del sequestro fino alla confisca definitiva – parliamo di diversi anni, anche dieci – l’azienda è decotta. Siccome compito dell’Agenzia è avere una gestione non solo conservativa, ma anche produttiva dell’azienda, abbiamo una difficoltà di gestione e una difficoltà relativa a professionalità e managerialità che, dal momento del sequestro, posso individuare e affiancare all’amministratore giudiziario designato dal giudice. In tal modo, quando dal sequestro si passerà alla confisca di primo grado, sarà possibile ottenere reddito da quella azienda […] Facendo una battuta, io ho detto che, fino ad ora, i beni confiscati sono serviti, in via quasi esclusiva, ad assicurare gli stipendi e gli emolumenti agli amministratori giudiziari, perché allo Stato è arrivato poco o niente. Ometto di dire quanto succede in terre di mafia quando l’azienda viene sequestrata, con clienti che revocano le commesse e con i costi di gestione che aumentano in maniera esponenziale. Ricollocare l’azienda in un circuito legale, infatti, significa spendere tanti soldi, perché il mafioso sicuramente effettuava pagamenti in nero e, per avere servizi o commesse, usava metodi oltremodo sbrigativi, sicuramente non legali, e aveva la possibilità di fare cose che in una economia legale difficilmente si possono fare. Siamo in attesa dell’attuazione dell’albo degli amministratori giudiziari, nella speranza di avere finalmente persone qualificate professionalmente alle quali poter rivolgersi e di avere delle gestioni non più conservative ma produttive dell’azienda”. Caruso che, ricordiamo, è stato a capo dell’agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia dal 2010 al 2014, mentre Silvana Saguto, sotto processo a Caltanissetta con l’accusa di aver dispensato incarichi ai suoi fedelissimi in cambio di favori personali, assume l’incarico di presidente della sezione Misure di prevenzione a Palermo dall’ottobre 2011. Nel marzo 2014 all’Antimafia i magistrati, guidati dal presidente della sezione Silvana Saguto, portarono allora la documentazione relativa al lavoro loro e degli amministratori accusati da Caruso di intascare “parcelle d’oro”. “Non abbiamo dati che possano inficiare condotte delle singole persone”, ha detto il presidente della Commissione Antimafia precisando però che “alcuni aspetti di legge, come quelli delle professionalità degli amministratori giudiziari e dei tariffari, vadano modificati”. Secondo la presidente Rosy Bindi, dunque, non emergevano condotte strane, pur ammettendo che qualcosina da sistemare probabilmente c’era. Tutto questo, alla luce di ciò che sarebbe successo di lì a poco, appare quantomeno strano. Nel settembre 2015 l’inchiesta sulla gestione dei beni tolti alla mafia esplode in modo dirompente.  Gli inquirenti ricostruirono quello che essi stessi definirono un gigantesco cerchio magico fatto di favori, regali e prebende nell’amministrazione delle ricchezze sottratte ai boss. Al centro dell’indagine ci sono gli affari della famiglia Saguto, ma non solo. Il registro degli indagati comprende un nome già noto, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il plurinominato amministratore giudiziario e l’ingegnere Lorenzo Caramma, marito di Silvana Saguto e collaboratore dello stesso Cappellano Seminara. Tra il 2005 e il 2014 Caramma avrebbe ricevuto dall’avvocato 750 mila euro di compensi per varie consulenze. Finisce sotto analisi anche la carriera di uno dei figli del presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, che si è laureato con una tesi sui beni confiscati a Cosa nostra. Un titolo che, secondo gli inquirenti, viene suggerito dal vero autore della tesi, e cioè Carmelo Provenzano, professore universitario alla Kore di Enna, altro amministratore giudiziario di fiducia della Saguto. Sempre Provenzano cercherà di farsi raccomandare dal magistrato per un incarico al Cara di Mineo, il centro per richiedenti asilo finito al centro di Mafia Capitale e commissariato nel giugno 2016. Saltano fuori intercettazioni sconcertanti che imbarazzano il Tribunale di Palermo e le istituzioni, l’opinione pubblica si indigna e l’Antimafia, tutta, subisce uno dei colpi più duri degli ultimi anni, mostrando un volto disumano, cinico, una maschera di cera che nasconde trame criminali. Intercettata e finita dentro il calderone delle indagini anche l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, grande amica della Saguto e sospettata di corruzione concussione in concorso con la stessa ex presidente della sezione misure di prevenzione. Sempre nel 2015 le Iene mandano in onda un servizio in cui l’inviato Matteo Viviani e Pino Maniaci, il direttore di Telejato (che – ricordiamo – per primo denunciò pubblicamente gli affari che giravano intorno alle amministrazioni giudiziarie), indagavano sul sistema oggetto di indagine, muovevano dei forti dubbi, in particolare, sull’operato della Saguto e sul suo amministratore di fiducia, l’avvocato Cappellano Seminara (le Iene sollevano il dubbio che l’inchiesta successiva che ha coinvolto Pino Maniaci sia stata architettata per screditare l’immagine del cronista). Il giorno dopo l’uscita del servizio, la Finanza intercettò telefonate dell’ex Presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. C’erano duri attacchi a Le Iene e a Maniaci seguiti da tentativi da parte dei membri del “cerchio magico” della Saguto di fare quadrato attorno al giudice. Carmelo Provenzano ad esempio diceva: “Voglio fare qualcosa di impatto, un incontro con i giovani che vogliono preservare gli eroi del contrasto alla criminalità, quindi voglio fare una giornata su di te”. Idea perfetta, secondo il professore/amministratore giudiziario, per tentare di contrastare il servizio andato in onda due giorni prima. Nelle intercettazioni della Finanza anche giornalisti che pubblicano articoli per risollevare l’immagine della giudice e della Saguto contro Pino Maniaci. In questa delicata fase, l’ex prefetto Cannizzo sembra proporre alla Saguto una “rete di protezione”, in cui sembrerebbe coinvolto anche il tenente colonnello della Guardia di finanza Rosolino Nasca, che in quegli anni lavora alla DIA di Palermo e che oggi è indagato a Caltanissetta per corruzione in atti d’ufficio. In questo quadro di intrecci, frasi al vetriolo, indagati eccellenti si incastrano anche le intercettazioni che in realtà non riguardano la gestione dei beni, ma il modo in cui la Saguto usava esprimersi privatamente colloquiando con qualche amica (era intercettata) o con la scorta, usata come una sorta di taxi o disbrigo pratiche “Comprami lo spazzolino Elmex verde, il filo interdentale non cerato Oral-B e un dentifricio Mentadent non granulare per Francesco”, o ancora “Quelli non fanno mai un c….”, diceva al telefono e spediva gli agenti in farmacia, a prendere una ricetta nell’ambulatorio medico e a portarla alla madre. Solo per fare due esempi che raccontano un abuso frequente e molto intercettato. Una delle telefonate registrate tra le più sconcertanti è certamente quella del 19 luglio 2015, quando l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale si trovava a Ficarazzi per presenziare, come madrina, alla manifestazione “Le vele della legalità”. Dopo la manifestazione il magistrato chiama un’amica e gli investigatori ascoltano queste parole. La Saguto, ricordando l’abbraccio tra Manfredi Borsellino e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inizia a sputare veleno: “Poi, Manfredi Borsellino, che si commuove, ma perché minchia ti commuovi a 43 anni per un padre che ti è morto 23 anni fa? Che figura fai“. E insiste: “Ma che… dov’è uno… le palle ci vogliono. Parlava di sua sorella e si commuoveva, ma vaffanculo”. Si esprimeva con queste parole, ma non solo queste (le altre non le trascriviamo per rispetto alla famiglia Borsellino), la Saguto Il giorno dell’anniversario della strage di via d’Amelio. Tra le diverse testimonianze che si sono susseguite in questi anni, alcune sono davvero surreali e al limite del paradosso. Nell’aula bunker di Caltanissetta, siamo nel giugno 2018, la procura chiama a testimoniare uno degli amministratori giudiziari che un tempo lavoravano con la presidente Saguto, che oggi è uno dei principali testi dell’accusa. E’ il commercialista Alessandro Scimeca il quale racconta che la giudice aveva un grosso debito con il supermercato Sgroi, che aveva sequestrato alla mafia nel 2008. “Due anni dopo, doveva pagare spesa per 10.528 euro. Fece avere un assegno. Ma poco a poco quel debito tornò, e cominciò a lievitare. Era un campanello d’allarme – dice Scimeca – ma non mi preoccupavo, mai avrei potuto pensare che la dottoressa Saguto non pagasse il conto”. Nel maggio 2014, la giudice deve pagare 19.674 euro di spesa, un debito di altri due anni. “A quel punto ero molto allarmato”, dice Scimeca. “Andavo dalla dottoressa Saguto per dirle di pagare la spesa, le dicevo che il conto stava lievitando un po’ troppo. Ma lei mi ripeteva che non poteva in quel momento, e che avrebbe provveduto. Per quella spesa non pagata, si era creato un certo malumore fra i dipendenti dell’azienda sequestrata, gente che guadagnava 1.200 euro al mese. Decisi di modificare il cognome sul brogliaccio dei debitori: tolsi Saguto e misi Caramma, il cognome del marito. Volevo tutelare l’istituzione e il buon nome della presidente delle Misure di prevenzione”. “Ma non le è mai venuto in mente di bloccare la spesa alla dottoressa Saguto?”- chiedeva allora Il pubblico ministero Bonaccorso. “Mi diceva che aveva una difficoltà temporanea, non immaginavo non pagasse. E mi sembrava assurdo dirle di non fare più la spesa”. In pratica la giudice chiese un prestito al suo amministratore giudiziario. E Scimeca cominciò a pagare lui, 12.300 euro. Solo dopo che il caso giudiziario è scoppiato, la Saguto ha pagato la spesa.  Per questo debito, l’imputata è accusata di concussione, per aver costretto l’amministratore a non attivarsi per recuperare il debito. Facciamo ora un salto in avanti per comprendere a che punto siamo arrivati. Oggi l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo che nel frattempo è stata radiata dalla magistratura, è sotto processo presso il tribunale di Caltanissetta per un’ottantina di capi di imputazione per reati gravissimi che vanno dall’associazione a delinquere alla truffa, passando per il peculato e la concussione. A processo insieme a lei altre venti persone che, a vario titolo, hanno contribuito al proliferare del famigerato “Sistema Saguto” ottenendone un tornaconto personale. Dopo più di quattro anni dallo scandalo che ha fatto tremare il Palazzo di Giustizia di Palermo, oggi si raccolgono i cocci di quella fallimentare amministrazione. A pagare le conseguenze maggiori sono gli imprenditori “vittime” dello Stato che oggi, dopo anni di processi, rientrati in possesso dei loro beni, si ritrovano con aziende fallite, piene di debiti per milioni di euro, danni incalcolabili. Per citare due casi emblematici, Cavallotti e Niceta della cui storia hanno parlato anche le Iene, ma le vittime sono moltissime. Pietro Cavallotti ha spesso raccontato l’assurda vicenda che riguarda lui e la sua famiglia” Mio padre, dopo 12 anni di calvario giudiziario, è stato assolto con formula piena dall’accusa di mafia. La sentenza di assoluzione da atto che nessuno dei collaboratori di giustizia sentiti nel processo lo conosceva o sapeva chi fosse. La sentenza di assoluzione ha sancito che le imprese Cavallotti non sono mai state favorite dalla mafia dalla quale, invece, sono state ostacolate e vessate. Questa sentenza non è valsa ad evitare il decreto di confisca che si basa su fatti che nel processo penale sono stati ritenuti insussistenti. Sembra un assurdo ma è così”. La storia di Niceta invece parte da un sequestro dell’azienda del valore stimato di 50 milioni di euro che affidata ad un amministratore giudiziario, finisce per fallire con perdita di capitale e posti di lavoro. Oggi i beni sono stati riconsegnati all’imprenditore, che si ritrova tra le mani macerie e qualche milione di euro di debiti ereditati. Ma a pagare sono anche i dipendenti di quelle aziende che hanno perso il lavoro, parliamo di centinaia di persone, famiglie distrutte e buttate sul lastrico, mentre chi aveva il compito lautamente retribuito di far crescere il patrimonio sequestrato e mantenere degli standard produttivi di buon livello, ha solo svuotato le casse e accresciuto il proprio di patrimonio.

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