L’altra Africa di Francesco Bellina. Immagini che raccontano un Paese sconosciuto

Francesco Bellina, fotoreporter siciliano, collabora con testate nazionali e internazionali con reportage fotografici che raccontano storie inedite di continenti tutti da scoprire. Le sue sono immagini inconsuete e potenti. La nostra intervista.

Fedeli al principio che di ogni foto ci piace “quel che non si vede”, ovvero l’elemento sottile, la forza nascosta che esse rivelano, ti chiediamo come nasce la tua vocazione di fotogiornalista, di uomo tenace capace di catturare immagini non consuete.

Tu narri con le tue immagini un’altra Africa, un territorio ricco di eccellenze, di umori positivi (nonostante le devastanti condizioni geopolitiche). Quali sono i temi che prediligi?

R. Spesso parliamo dell’Africa come di un unico Paese. Spesso ne parliamo senza conoscerla.

Il territorio africano è un luogo complesso e variegato ma con denominatori comuni tra i vari Paesi. Amo il mio lavoro perché mi permette di conoscere e vedere tantissimi mondi ma quello che preferisco è andare oltre, guardare più da vicino, infilarmi nella vita degli altri cercando di passare inosservato, in modo da restituire più verità possibile.

Per questo prediligo i temi che mi sorprendono, che svelano punti di vista completamente opposti alle apparenze. Ho lavorato molto sul tema della migrazione -con il giornalista e compagno d’avventure Giacomo Zandonini – e sulla criminalità organizzata transnazionale. Ma allo stesso tempo ho lavorato a “good news” che raccontano un’altra Africa. Prediligo tutto ciò che mi colpisce e che può anche mettere in dubbio le mie stesse convinzioni.

Quali sono le storie che ti hanno segnato, e quindi sono diventate racconto per il tuo obiettivo?

R. Quando ho iniziato a lavorare a storie come quella delle gang nigeriane a Palermo, sono stato molto colpito dal filone che riguarda la tratta di schiave sessuali nigeriane. Non riuscivo a darmi pace e a lenire il senso di impotenza che si prova spesso, quando l’unica cosa che puoi fare è una foto. Anche se a volte è già abbastanza.

Ho iniziato a interessarmi sempre più al tema e ho cercato di comprendere anche le ragioni più profonde e le vite di chi fa parte di questa atroce pratica, soprattutto cercando di capire la cultura delle religioni vudù e i rituali che contrassegnano la tratta.

Questa storia la seguo da anni, con colleghi diversi e in diversi Paesi, e ho anche ottenuto un contributo da Fondazione Sicilia per poter continuare la ricerca.

Oggi pensando all’Africa pensiamo subito al tema degli immigrati, degli sbarchi sulle nostre coste. Dalla tua narrazione però emerge molto altro…

L’emigrazione africana è un fenomeno normale, come tutte le migrazioni nel mondo. Parlare solo ed esclusivamente di questo tema può essere nobile ma può anche essere il modo per non parlar d’altro.

Sono convinto, innanzi tutto, che uno dei grandi “pull factor” che contribuisce all’emigrazione, è il trattamento che gli Stati europei e coloniali hanno riservato ai Paesi africani nel corso della Storia.

L’Africa, però, è anche tanto altro. In Ghana ad esempio, ho visto dei picchi di civiltà che non ho visto in tanti altri luoghi. Basti pensare a quanto sta investendo il Governo ghanese per lo sviluppo della cultura e della diffusione dei libri. Anche questa è una storia che ho seguito, insieme a Giacomo Zandonini.

Ho ascoltato band musicali incredibili (tra i più noti artisti internazionali i nigerini Bombino e Bibi Ahmed), assistito a tornei sportivi aperti a tutte le classi sociali organizzati da campioni mondiali e medaglie olimpiche, è il caso di Razak Alfaga, campione nigerino di Taekwondo. Ho visto artisti di ogni genere che se fossero nati in altre parti del mondo, sarebbero conosciuti a livello internazionale.

Come è nato questo tuo interesse per territori complessi come, ad esempio Il Niger? Ci racconti qualche aneddoto?

R. Ho sempre desiderato di fare questo mestiere e ricordo che quando ero bambino, immaginavo di lavorare in medio oriente. Sono sempre stato attratto dalla possibilità di mostrare e dar voce a chi in quel momento voleva essere ascoltato, per estrema necessità.

Mi sono avvicinato all’Africa a poco a poco, diciamo più che altro che l’ho incontrata, in Sicilia. Perché a volte dimentichiamo di essere anche africani. O di essere più africani che europei.

Il Niger invece, nemmeno lo conoscevo. Giacomo Zandonini lo frequentava da anni e mi ha invitato a lavorare insieme lì. Mi ha affascinato così tanto che ci sono tornato altre volte e spero ancora di poter tornarvi presto.

Con i nigerini ho ormai un ottimo rapporto. Ricordo che la prima volta che sono stato ad Agadez, Bchir, il proprietario di una trattoria popolare di fronte alla Grande Moschea, ha cominciato a elencarmi tutte le stragi e gli omicidi di mafia avvenuti a Palermo. Conosceva benissimo la storia della mafia e dell’antimafia e conosceva l’attività dei giudici Falcone e Borsellino. Sono rimasto allibito e gli ho detto che sarebbe un ottimo Ministero degli Interni…  in quel momento, in Italia, avevamo Salvini.

Qual è l’episodio più strano che ti è accaduto, e, naturalmente anche quello più bello?

R. Ci sono tantissimi episodi assurdi che mi sono successi durante questi viaggi. La maggior parte tutti belli. Ovviamente è capitato qualche momento di paura o di tensione, soprattutto quando si va in un luogo che ancora non si conosce bene. In realtà tutto è strano, se lo si rapporta al territorio e agli usi europei.

Gli episodi belli si vivono quando si riesce a incidere sulla vita reale della popolazione di quei luoghi, magari dando una mano a qualcuno o semplicemente fermandosi a fare una chiacchierata.

Certamente, lavorando molto nel campo delle migrazioni, ci sono storie – penso ad esempio ad Agadez e ai suoi ghetti – che lasciano segni indelebili e che aiutano a crescere.

Il nostro futuro è l’Africa?

R. Credo che la Politica italiana (e siciliana) stia sottovalutando tantissimo il territorio africano. Se non fosse per la Cooperazione Italiana e per le Ong, non ci sarebbe quasi nessun contatto con quel mondo. Molti Paesi africani stanno stringendo forti collaborazioni con la Cina, la Turchia, l’India… mentre gli italiani stanno a guardare. Creare una forma di collaborazione reale con i Paesi africani, mettendo da parte ogni pratica neocoloniale, sarebbe la migliore scelta strategica per tanti Paesi europei.

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