Le (in)decisioni del Governo italiano, un Paese alla rovina

Se fosse un film sarebbe “The Truman show”, se fosse un’opera teatrale sarebbe “En folkefiende” soltanto che il medico verrebbe sostituito da innumerevoli virologi di fama interplanetaria e il sindaco, più che omissivo, sarebbe devoto all’improvvisazione e agli aforismi da baci Perugina dei discount di quart’ordine. I protagonisti inconsapevoli del più grande spettacolo dopo il Big Bang, sono gli italiani, colpiti a morte da due virus, il Covid19 e la politica/burocrazia che ha lasciato milioni di persone in alto mare, ad annegare nella disperazione. Dopo le prime settimane di canti dai balconi delle città, del tricolore sventolato alle finestre e degli arcobaleni che bambini senza scuola né diversivi sono stati costretti a disegnare, oggi lo sconforto ha la meglio. Anche il lievito di birra resta lì sugli scaffali, i giorni dell’obesità di gregge sono passati. I soldi scarseggiano e le prospettive sono asfissianti, come una mascherina in Tnt indossata ad agosto.

Sono circa quattrocentocinquanta (450) gli esperti che in queste settimane stanno decidendo di non decidere e noi siamo tutti qui, responsabili come non mai, a stampare moduli per dichiarare che siamo alla frutta. Neanche i supermercati potranno tornare utili.

Siamo sull’orlo di una crisi di nervi che ci sta distruggendo. “Non possiamo aprire le attività che danno da mangiare alle nostre famiglie e dallo Stato non è arrivato alcun aiuto” dice Giorgio – barbiere napoletano da tre generazioni. Giulia ha avviato un piccolo ristorante a Bari insieme a Carlo, il suo compagno. “I risparmi di una vita li abbiamo investiti nella nostra attività che ha aperto i battenti a novembre. I debiti c’erano ma eravamo partiti alla grande. Avevamo assunto due persone. Abbiamo dovuto licenziarle, l’affitto del locale e le utenze sono diventati insostenibili e anche il prestito che stavamo pagando adesso è un ulteriore macigno. In tre mesi abbiamo accumulato circa quindicimila euro di debiti e siamo terrorizzati. “

Marcello è un freelance di Mantova, ha la partita Iva e si occupa di consulenze marketing alle aziende. “Non ho ancora ricevuto i famosi 600 euro che, per carità, sarebbero stati inconsistenti a fronte delle spese che devo sostenere, ma mi sarei sentito meno abbandonato a me stesso. E’ tutto un disastro, non so come ripartiremo”.

Ettore è un lavoratore stagionale. Fa il barista a Roma e oggi suo padre lo aiuta a comprare la spesa e pagare affitto e bollette. La sua pensione da ex ferroviere serve a mantenere tre persone. “Se non avessi dei genitori in grado di potermi dare una mano, sarei finito sotto un ponte. E’ umiliante dover chiedere i soldi per comprare da mangiare ai miei, ho 40 anni e lavoro da quando ne ho 19. Mi sento mortificato da uno Stato che mi impedisce di lavorare e mi toglie la dignità di uomo. Mio fratello che vive in Germania sta trovando nel paese che lo ha accolto una famiglia, è sostenuto in tutto. Appena potrò, scappo da qui. Mi vergogno di essere italiano”.

Per non parlare di tutti i lavoratori che attendono ancora il pagamento della cassa integrazione, dei genitori che tra pochi giorni “potranno” rientrare al lavoro con l’irrisolvibile problema di figli piccoli che non possono tornare a scuola e che certamente non potranno rimanere da soli a casa o seguire le lezioni on line (sempre che abbiano un pc e una connessione che permetta loro di mantenere il diritto all’istruzione, che ci sembra di ricordare sia sancito da qualche vecchia carta costituzionale) e senza il supporto di un adulto.

Ma cosa importa, d’altra parte siamo abituati a sentire da chi ci governa e ha la responsabilità di gestire l’emergenza considerazioni del tipo “se hai una soluzione, dammela tu”. In pratica, sono fatti nostri. E smettiamola di chiedere e lamentarci, dobbiamo fare la pizza in casa e mandare cuoricini virtuali durante le conferenze social. Questo è permesso.

Dal 4 maggio la bomba sociale che la politica aleatoria italiana ha saputo confezionare e innescare alla perfezione, esploderà in una serie di proteste già annunciate. La gente ha fame, vuole risposte, la sensazione di essere presi in giro è il sentimento nazionale ormai prevalente.

Sono un pugno allo stomaco le immagini dei torinesi in attesa davanti il banco dei pegni di via Botero, a dare via per pochi spiccioli fedi nuziali e gli ultimi ricordi dei momenti importanti dei propri figli, con la dignità di chi sa che deve andare avanti da solo. Le mascherine nascondono le lacrime ma non il dolore. Un dolore comune a molti italiani, che difficilmente potranno dimenticare.

Se a questo aggiungiamo la quantità spaventosa di debiti che le famiglie italiane stanno accumulando e le ulteriori macerie che questi mesi di fermo biologico lasceranno, non possiamo pensare che tutto andrà bene.

Tutto andrà a mare, tranne noi poveri Cristi che viviamo a più di duecento metri dalle spiagge.

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